Il Teatro è un ottimo mezzo divulgativo, emoziona, è esperenziale e formativo. Uno strumento molto efficace per rendere più fruibili concetti, messaggi, criticità, per rendere ancor più emozionanti gli argomenti, anche quelli più interessanti.
Così come esiste il Teatro al servizio delle Aziende, un altro binomio interessante è il Teatro al servizio della Scienza, utilizzato per mettere in scena storie spesso difficili da capire, ma che attraverso il linguaggio teatrale diventano più semplici e alla portata di tutti. Parliamo di Teatro e Scienza con la Professoressa Maria Rosa Menzio che ha unito la sua competenza matematica e scientifica con la sua esperienza di drammaturga e regista teatrale, e che fa parte insieme a noi del Comitato Promotore del progetto Scienza - Arte: contaminazione narrativa e teatrale.
Locandina Rassegna “Donna e Scienza”
INTERVISTA A MARIA ROSA MENZIO - Matematica e filosofa della scienza, scrittrice, critica letteraria - Autrice e regista teatrale di opere su temi scientifici - Il Teatro d’Impresa mette l’Arte al servizio delle Aziende unendo competenze e passioni. Il Teatro è un ottimo mezzo divulgativo, emoziona, è esperenziale e formativo. Uno strumento molto efficace per rendere più fruibili concetti, messaggi, criticità, per rendere ancor più emozionanti gli argomenti, anche quelli più interessanti. Esiste un altro binomio interessante in cui il Teatro viene utilizzato per mettere in scena storie spesso difficili da capire, ma che attraverso il linguaggio teatrale diventano più semplici e alla portata di tutti. Parliamo di Teatro e Scienza con la Professoressa Maria Rosa Menzio che ha unito la sua competenza matematica e scientifica con la sua esperienza di drammaturga e regista teatrale. TeD: Maria Rosa, come e quando è nato nella sua vita questo binomio Teatro e Scienza? MM: E’ nato presto. In realtà, dopo il Liceo ero indecisa fra Lettere e Matematica. Ha vinto la Matematica perché pensavo fosse più semplice, nel senso che ritenevo potesse dare una risposta univoca e non lasciare dubbi.Ma io sono sempre stata in bilico fra le due passioni, e sempre molto arrabbiata verso chi divide in due la mente umana, e non solo: il cuore e la ragione, sentimento e razionalità, emozione e rigore, come se fossero aspetti scindibili dell’essere umano. Io ritengo che non lo siano, e che la persona nella propria interezza - o integrità - vada vista come l’unione, o, parafrasando uno dei testi più noti sull’alchimia, le <nozze chimiche> fra precisione e immaginazione. In un ambito diverso, Virginia Woolf diceva che solo se si attua nella mente dello scrittore l’unione mistica fra maschio e femmina, allora lo scritto sarà valido. TeD: In una recensione presente sul suo sito www.teatroescienza.it si legge una frase molto significativa: “Il Teatro e la Scienza, maiuscoli entrambi, sono presenze fortissime…”. La vuole commentare? MM: Prima risposta, comica, timida: NO MM: Seconda risposta, seria. Nel Teatro e nella Scienza, appunto maiuscoli entrambi, io cerco l’infinito. Il Teatro come luogo drammaturgico, e drammatico, del sublime. Luogo dei voli di fantasia degli autori, continuamente alla ricerca del fuoco sacro, delle ali, del <per sempre>. Un <per sempre> che in realtà è però un tempo e un luogo scientifico, perché il calcolo matematico, come diceva Barbara Alberti, contiene in sé l’infinito. TeD: Altre frasi interessanti meritano di essere commentate e approfondite. Per esempio “Quando si parla di scienza, si parla di verità” e “La scienza, il teatro è fatica, sudore, e lacrime. Come la vita peraltro.” MM: La verità, dice il filosofo della scienza Toulmin, non è però il solo scopo della scienza. Noi vogliamo una verità che sia anche bella e interessante. Una spiegazione del mondo che ci faccia sognare. Come nel teatro. Specchio della vita, certo, che dia però spazio all’immaginazione e all’immedesimazione. <Fatica sudore e lacrime> costa all’autore scrivere un testo convincente, come costa allo scienziato trovare un’interpretazione del mondo entusiasmante, o all’essere umano vivere un’esistenza dignitosa, con ironia e slancio vitale, in una parola con stile.
TeD: Come si mette in scena la Scienza attraverso le emozioni teatrali? MM: Nella mia maniera di <fare teatro> essenzialmente in due modi. Il primo è l’emozione che prova lo scienziato, e che si comunica allo spettatore: la lampadina che si accende, cioè l’idea nuova che cambia il mondo, che capovolge vecchie credenze sull’universo, che ci libera delle pastoie del “si è sempre fatto così” perché l’ha detto Aristotele o chi per lui.La seconda è l’invenzione. Mi spiego: nella vita di quasi tutti i personaggi storici ci sono dei “vuoti” biografici, di cui si ignora qualcosa. Possiamo tappare questi buchi in una maniera che sia insieme romanzo e scienza, cioè che abbia da un lato del <meraviglioso> (per far sì che lo spettatore si appassioni alla vita e alle opere dello scienziato) e dall’altro che sia funzionale alla scienza, vale a dire che questo segmento di biografia romanzata sia di supporto al fulcro scientifico della vicenda. Faccio un esempio banale, inventato. Supponiamo di voler parlare dello scienziato Mister X. Si sa che ha scoperto le equazioni del moto della trottola, e non si sa nulla della sua vita sentimentale. Siamo autorizzati a inventare un amore sfortunato di Mister X verso una danzatrice affascinante che “piroettava come una trottola”… TeD: Lei è autrice di testi e regie teatrali, nonché di libri su questo affascinante argomento. Ci parli delle sue “creature”. MM: Posso dire di essere così affezionata ai miei personaggi che li riconoscerei per strada.Ma la prima cosa che occorre fare per scrivere un testo teatrale scientifico è la documentazione: la base per fare “teatro e scienza” in maniera seria, senza essere tacciati di pressapochismo. La diffidenza che certi accademici nutrono verso le biografie romanzate, o teatralizzate, deriva da esempi incompleti o addirittura negativi come indagine biografica. Ho sempre curato molto le fonti, per essere rigorosa nella scienza. Salvo poi distaccarmene del tutto, come ho fatto in “Senza fine” la storia inventata dell’egiziana Ipazia. Ho detto che d’invenzione si trattava, anche perché molti avevano già scritto di lei, e il testo è stato opera di fantasia, ancorché legata a formule, enigmi e teoremi matematici. La mia Ipazia è un genio, come quella storica, ma non muore nel 415 d. C. Si nasconde nei sotterranei della Biblioteca di Alessandria, con un anello, simbolo del suo interesse a risolvere il problema della quadratura del cerchio. Ed ecco la magia: ogni volta che la donna legge un libro, se gira l’anello diventa la protagonista femminile di quel libro. Così avanza di secolo in secolo senza essere sfiorata del passare del tempo, fino al finale a sorpresa. La stessa cosa ho fatto per Saccheri, il geniale sfortunato matematico di Sanremo che ha posto le basi per le geometrie non-euclidee, ma alla fine della sua vita ha rinnegato le scoperte stupefacenti che aveva fatto, e nessuno sa perché: io ho inventato un patto con l’Inquisizione, per via di un peccato antico, un delitto per amore di una ballerina dai capelli rossi. Per Fibonacci, invece, il matematico che ha portato in Occidente la numerazione indo-arabica, ho inventato una madre che è la tessitrice dell’arazzo del passato e del futuro, e che a cospetto di una verità atroce si dissolve senza veli alla luna lasciando di sé solo due cristalli di pianto. Per Cardano, matematico rinascimentale, amico e rivale di Tartaglia per la soluzione delle equazioni di quarto grado, ho ipotizzato un triangolo amoroso, visto che tutti abbiamo studiato al liceo il “triangolo di Tartaglia”: cioè ho pensato a un Cardano gay innamorato di Tartaglia, il quale è innamorato della propria sorellastra, che a sua volta ama Cardano, e il triangolo si chiude. Per le regie, mi sono molto divertita l’anno scorso a far impersonare da alcune comparse i numeri irrazionali, che come <proclami> declamavano la propria identità: ad esempio il numero radicedidue diceva “io sono un numero irrazionale, innaturale… per secoli hanno negato che esistessi”. Quest’anno, in uno spettacolo che sto preparando, quando Grace Hopper (informatica nonché Ammiraglio della flotta degli Stati Uniti) spiega cos’è un compilatore e dice: col compilatore puoi scrivere un programma con un linguaggio come quello quotidiano, le comparse si sparpagliano e pronunciano parole a caso: Bla bla bla mucca pane vino… finché riprende la Hopper a dire: Poi ci pensa il compilatore a trasformare il programma in istruzioni che solo la macchina capisce, e le comparse parlano in modo incomprensibile: Kwxprgswxzkwx…. TeD: Riteniamo che il Teatro sia un ottimo strumento divulgativo per avvicinare alla Scienza tutte le fasce d’età, dai bambini agli adulti. Cosa ne pensa? MM: A Torino il Provincia Science Center ha organizzato degli allestimenti teatrali fatti dai ragazzi sotto la mia supervisione. E’ proprio da queste regie che ho imparato di più, come autrice. La freschezza mentale dei giovani, la loro naturale mancanza di schemi mentali troppo rigidi è stata una delle molle che mi hanno spinto a una sperimentazione maggiore, alla contaminazione degli allestimenti stessi con strumenti in scena, danza, video… insomma devo molto ai miei allievi: insegnare con passione significa sempre imparare e ricevere con altrettanta passione. TeD: E’ in programma un interessantissimo progetto-convegno, promosso dal Prof. Paolo Manzelli di www.egocreanet.it, dal titolo Scienza – Arte: contaminazione narrativa e teatrale che si svolgerà nel marzo 2009 a Firenze durante la Settimana della Scienza e in occasione dell’Anno Galileiano. Che ne pensa? Parteciperà al progetto? MM: Sarò nel comitato organizzatore dell’Iniziativa sul TEATRO GALILEIANO. Trovo questo progetto estremamente valido, sia perché nell’anno internazionale dell’Astronomia si rifà a uno dei primi esempi di Teatro e Scienza, appunto il Dialogo sui Massimi Sistemi, sia perché affronta il classico dilemma sulle due culture senza barriere né pregiudizi, con un’inventiva notevole e un rigore ineccepibile. Commenti liberi: Ringrazio il <Teatro d’Impresa> per quest’opportunità, e per la sua unicità come esperienza formativa: quanto sia incisiva l’esperienza teatrale, sia a livello personale, sia a livello più vasto lo dimostra l’efficacia dello psicodramma per scatenare emozioni e ricordi che prima erano, appunto, incatenati, e che poi si rendono liberi. Ringraziamo Maria Rosa Menzio per la sua gentile e preziosa collaborazione .
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on Lunedì, Giugno 30th, 2008 at 1:30 pm and is filed under SCIENZA E ARTE - Diversità e convergenze.
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Agosto 10th, 2008 at 12:50 am
hello
super!
Agosto 22nd, 2009 at 5:29 am
uwilegy…
Alpha Kappa Hymns And Songs …